Domenica in negozio, si può dire di no? Che cosa prevede il contratto e quanto va pagata
di Gea Tamburrino, . Si legge in 3 minuti.

A dicembre il calendario dei turni si riempie di domeniche, e con le domeniche torna la domanda che ogni commessa si è fatta almeno una volta davanti al foglio appeso in magazzino: sono obbligata? La risposta cambia a seconda che si parli di una domenica o di un giorno festivo, due cose che in negozio vengono trattate come sinonimi e che per la legge non lo sono affatto.
La domenica è un giorno di lavoro quasi come gli altri
Per chi lavora nel commercio la domenica non è intoccabile. Dal 2012 i negozi possono restare aperti tutti i giorni, e il contratto nazionale del terziario firmato da Confcommercio, il più applicato nei negozi italiani, prevede che il turno domenicale si possa chiedere. Il riposo settimanale resta un diritto, ma può cadere in un altro giorno.
In cambio c’è una maggiorazione. Le ore lavorate di domenica vanno pagate il 30% in più rispetto alla paga oraria normale, ed è la voce da cercare in busta paga il mese successivo. Chi non la trova ha un buon motivo per chiedere spiegazioni.
Chi può dire di no
Lo stesso contratto indica chi non è tenuta a lavorare la domenica. Sono le madri di bambini fino a tre anni, o i padri che ne hanno l’affidamento, e chi assiste in casa una persona con disabilità o non autosufficiente. Per loro il turno domenicale esiste solo se sono d’accordo.
Per tutte le altre conta quello che c’è scritto nella lettera di assunzione e negli accordi aziendali, che spesso fissano un numero massimo di domeniche l’anno o una rotazione fra colleghe. Chi è stata assunta con un part-time pensato proprio per il fine settimana, com’è ovvio, non può appellarsi alla regola generale.
I festivi sono un’altra storia
Natale, Santo Stefano, il primo dell’anno, il 25 aprile, il primo maggio e le altre festività nazionali godono di una tutela diversa, che viene da una legge del 1949 e non dal contratto. La Cassazione lo ha ripetuto più volte negli ultimi anni: in quei giorni chi lavora ha il diritto di astenersi, e il datore non può imporre il turno di sua iniziativa. Serve un accordo con la singola persona.
Qui sta il punto che molte scoprono tardi. Se nel contratto firmato il primo giorno c’è una clausola che prevede il lavoro nei festivi, quell’accordo può risultare già dato. Prima di discutere conviene quindi ritrovare quel foglio e rileggerlo con calma.
Chi il festivo lo lavora ha diritto alla paga della giornata più la maggiorazione prevista dal contratto per il lavoro festivo.
Tre cose da guardare prima di parlarne
La prima è quale contratto viene applicato. È scritto in alto nella busta paga, e non tutti i negozi usano quello di Confcommercio: ne esistono altri, firmati da sigle diverse, con percentuali che possono cambiare. La seconda è la lettera di assunzione, per via delle clausole su domeniche, festivi e orario. La terza riguarda chi ha un part-time: le ore in più e gli spostamenti di turno seguono regole proprie, e vanno concordati.
Se i conti non tornano, un patronato o un sindacato di categoria controllano busta paga e contratto senza spese o quasi. Molte discussioni, però, si evitano prima. Parlare della rotazione a novembre, quando il calendario di dicembre è ancora bianco, funziona molto meglio che farlo il 20 dicembre davanti a un turno già scritto.
Questa guida dà un orientamento generale. Per il singolo caso valgono il contratto applicato in negozio e la lettera di assunzione.
Fonti
- Confcommercio, contratto nazionale del terziario, distribuzione e servizi
- Lexplain, Lavoro domenicale nel contratto del commercio
Foto: Wilfredor / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0



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