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Bonus mamme, 60 euro al mese anche per chi lavora in negozio: a chi spetta e perché non arriva da solo

di Gea Tamburrino, . Si legge in 2 minuti.

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Bonus mamme, 60 euro al mese anche per chi lavora in negozio: a chi spetta e perché non arriva da solo

Sessanta euro al mese non cambiano la vita, ma su dodici mesi fanno 720 euro, più o meno la spesa di libri, zaini e mensa di un anno di scuola. È il bonus mamme, e riguarda moltissime donne che lavorano in negozio, sia quelle assunte sia quelle che il negozio ce l’hanno. Molte non lo ricevono per una ragione banale: non sanno che bisogna chiederlo.

Che cos’è, in due righe

È una somma che l’INPS paga alle madri lavoratrici con almeno due figli. Nel 2025 valeva 40 euro al mese. La legge di bilancio l’ha portata a 60 euro per il 2026, fino a un massimo di 720 euro l’anno. Si matura mese per mese, per i mesi in cui si lavora.

A chi spetta

Le condizioni sono tre, e vanno rispettate tutte. Bisogna avere almeno due figli. Il più piccolo deve avere meno di dieci anni, che diventano diciotto per chi di figli ne ha tre o più. E il reddito da lavoro non deve superare i 40.000 euro l’anno.

Il tipo di lavoro conta poco. Il bonus spetta alle dipendenti, pubbliche e private, a tempo pieno o part-time, e alle lavoratrici autonome iscritte a una gestione previdenziale obbligatoria. Rientra quindi anche la titolare di un negozio che versa i contributi alla gestione commercianti. Restano fuori soltanto le lavoratrici domestiche.

C’è un caso particolare. Le madri con tre o più figli e un contratto a tempo indeterminato hanno già un’altra agevolazione, uno sconto sui contributi che fa crescere il netto in busta paga, e le due misure sono coordinate fra loro. Chi si trova in questa situazione fa prima a chiedere all’ufficio paghe o a un patronato quale delle due sta ricevendo.

Perché non arriva da solo

Il bonus non passa dalla busta paga e il datore di lavoro non c’entra. Lo paga direttamente l’INPS, in un’unica soluzione, e solo a chi ha presentato la domanda. Le somme del 2025, per esempio, sono state versate all’inizio del 2026 a chi aveva fatto richiesta entro i termini.

La domanda si presenta in tre modi: sul sito dell’INPS, entrando con SPID o carta d’identità elettronica, al telefono con il Contact Center (803 164 da rete fissa, 06 164 164 da cellulare), oppure attraverso un patronato, che lo fa gratis. Servono i codici fiscali dei figli e un IBAN intestato a chi chiede.

Le date entro cui fare domanda le stabilisce l’INPS con una circolare, e l’anno scorso la finestra si è chiusa a dicembre. Per questo conviene controllare adesso, senza aspettare le feste, quando in negozio non c’è il tempo nemmeno per un caffè.

Due cose che fanno comodo sapere

La somma non è tassata e non entra nel calcolo dell’ISEE, quindi non fa perdere altri aiuti come l’assegno unico o il bonus nido. E non è alternativa a quelli, si aggiunge.

Chi ha cambiato lavoro durante l’anno, o ha alternato periodi da dipendente e periodi con partita IVA, non perde nulla: contano i mesi lavorati, comunque siano stati lavorati.

Aggiornato al 12 ottobre 2026. Requisiti e scadenze vanno sempre ricontrollati sul sito dell’INPS prima di presentare la domanda.

Fonti

Foto: Christoph Scholz / Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0

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