Voucher digitali delle Camere di commercio: che cosa pagano davvero a un negozio (il sito da solo no)
di Gea Tamburrino, . Si legge in 3 minuti.

Ogni autunno le Camere di commercio mettono a disposizione delle piccole imprese dei contributi per la tecnologia, i cosiddetti voucher digitali. Chi ha un negozio ne sente parlare dal commercialista o da un fornitore di software, quasi sempre con la stessa promessa: «tanto lo paga il bando». La realtà è più sfumata, e conviene conoscerla prima di firmare un preventivo.
Come funzionano
Il voucher è un contributo a fondo perduto, cioè che non si restituisce. Copre una percentuale di una spesa, mai tutta, e arriva dopo: prima si paga il fornitore, poi si presentano le fatture e si riceve il rimborso. Ogni Camera di commercio pubblica il proprio bando, con regole, importi e date diverse. Vale quello della provincia in cui il negozio ha sede.
Il caso del Piemonte, aperto in queste settimane
Il bando più grande del momento è quello piemontese, finanziato con 19,2 milioni fra fondi europei e Camere di commercio. Le domande si presentano dal 22 ottobre al 15 dicembre 2026, salvo esaurimento dei fondi, sulla piattaforma online ReStart.
Per una microimpresa, e un negozio quasi sempre lo è, il contributo copre il 65% della spesa. Il voucher minimo è di 4.000 euro, il massimo di 25.000. Tradotto: per avere il contributo minimo serve un progetto da poco più di 6.000 euro. Sono previsti piccoli punti percentuali in più per le imprese a maggioranza femminile.
Due condizioni vanno rispettate fin dall’inizio. Bisogna aver compilato da meno di un anno un questionario gratuito di autovalutazione digitale, che si chiama SELFI4.0. E contano solo le spese fatte dopo aver inviato la domanda: una fattura datata prima non viene rimborsata.
Che cosa viene pagato, e che cosa no
Qui cadono le promesse facili. Il bando non finanzia un sito qualunque né una vetrina online fine a sé stessa. Il progetto deve usare almeno una delle tecnologie di un elenco preciso. Fra quelle che interessano un negozio ci sono i sistemi gestionali che tengono insieme magazzino, vendite e contabilità, i programmi per la gestione delle clienti, la sicurezza informatica, il cloud e le applicazioni di intelligenza artificiale.
Un e-commerce può entrare nel progetto, ma soltanto se è collegato a una di queste tecnologie, per esempio a un gestionale che aggiorna le giacenze. Consulenza e formazione sono ammesse, fino al 30% del totale.
E nel resto d’Italia?
Altre Camere hanno bandi aperti o in arrivo, con nomi diversi: voucher digitali, doppia transizione, innovazione. Quella di Bari, per esempio, accetta domande fino al 5 novembre e copre fino a metà di una spesa massima di 10.000 euro. Molti bandi del 2026 si sono già chiusi in primavera e riapriranno l’anno prossimo.
Per sapere che cosa è attivo nella propria provincia c’è un indirizzo solo da ricordare: lo sportello Punto Impresa Digitale della Camera di commercio locale. Risponde gratuitamente, anche per telefono, e dice subito se il bando c’è, quando apre e se un certo acquisto può rientrare.
Tre domande da fare al fornitore
Chi propone un software «finanziabile» dovrebbe saper rispondere a tre cose. In quale voce dell’elenco del bando rientra il prodotto. Se le fatture verranno emesse dopo la presentazione della domanda. E che cosa succede al contratto se il contributo non viene concesso, perché i fondi finiscono presto e nessuno può garantirli.
L’ultima domanda va rivolta a sé stesse. Quel gestionale serve davvero al negozio, anche pagandolo per intero? Un bando rende più leggero un acquisto utile. Uno inutile resta tale anche scontato del 65%.
Aggiornato al 12 ottobre 2026. Date, percentuali e spese ammesse vanno ricontrollate sul testo del bando della propria Camera di commercio.
Fonti
- Camera di commercio di Torino, Voucher digitalizzazione PMI 2026
- Punto Impresa Digitale delle Camere di commercio, Voucher digitali
Foto: www.Pixel.la Free Stock Photos / Wikimedia Commons, CC0




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