Bonus nido e congedo parentale: i soldi e i giorni che spettano a chi ha figli piccoli e un lavoro in negozio
di Gea Tamburrino, . Si legge in 3 minuti.

La retta del nido è spesso la seconda spesa di casa dopo l’affitto. E gli orari di un negozio, con le chiusure alle otto di sera e i sabati lavorati, rendono il nido più necessario che per chiunque altro. Lo Stato copre una parte di quella spesa e paga alcuni mesi di assenza dal lavoro. Le regole però non sono le stesse per chi è assunta e per chi il negozio lo gestisce.
Il bonus nido, quanto vale
È un rimborso della retta, pagato dall’INPS mese per mese dietro presentazione delle ricevute. L’importo dipende dall’ISEE e dall’anno di nascita del bambino.
Per i nati dal 1° gennaio 2024, con un ISEE fino a 40.000 euro, si arriva a 3.600 euro l’anno. Negli altri casi le fasce sono tre: 3.000 euro con ISEE fino a 25.000, 2.500 euro fra 25.000 e 40.000, 1.500 euro sopra i 40.000 o per chi l’ISEE non lo presenta. L’ISEE che conta è quello per le prestazioni rivolte ai minorenni, che un CAF o un patronato calcolano gratuitamente.
Il bonus vale per nidi pubblici e privati autorizzati, e spetta al genitore che paga la retta, qualunque lavoro faccia. Non rimborsa mai più di quanto si è speso.
La novità che semplifica
Fino all’anno scorso la domanda andava rifatta ogni anno. Dal 2026 basta presentarla una volta: resta valida fino all’agosto dell’anno in cui il bambino compie tre anni, e ogni anno si indicano soltanto i mesi di frequenza. Chi l’ha già fatta non deve ricominciare da capo.
Restano due scadenze da tenere d’occhio. Le ricevute delle rette vanno caricate sul sito dell’INPS, e c’è un termine oltre il quale il rimborso di quell’anno si perde. E l’ISEE scade ogni 31 dicembre: senza quello nuovo, da gennaio si riceve solo l’importo minimo.
Il congedo parentale per chi è dipendente
Finita la maternità obbligatoria, mamma e papà hanno a disposizione altri mesi di assenza per stare con il bambino, dieci in tutto fra i due, che diventano undici se il padre ne prende almeno tre. Tre di questi mesi, se presi nei primi anni di vita del bambino, sono pagati all’80% dello stipendio, gli altri al 30% entro un certo limite complessivo.
Dal 2026 il periodo in cui si possono usare si è allungato: non più fino ai dodici anni del figlio ma fino ai quattordici. Si possono prendere a mesi, a giorni e anche a ore, il che in negozio torna utile per coprire un inserimento al nido o le settimane fra la fine della scuola e le ferie.
Il congedo va chiesto all’INPS e comunicato al datore di lavoro con il preavviso previsto dal contratto. Non serve una giustificazione, ed è un diritto di ciascun genitore: i mesi del papà non usati non passano alla mamma.
E chi ha la partita IVA?
Qui le tutele sono più strette, ed è bene saperlo prima. La commerciante iscritta alla gestione INPS ha diritto all’indennità di maternità per cinque mesi e, dopo, a tre mesi di congedo parentale da usare entro il primo anno di vita del bambino, pagati al 30% di una retribuzione convenzionale. Il bonus nido invece spetta per intero, con le stesse regole delle dipendenti.
Per chi sta pensando a un figlio e gestisce un negozio da sola, organizzare la sostituzione con qualche mese di anticipo conta più di qualsiasi indennità.
Aggiornato al 12 ottobre 2026. Importi, fasce ISEE e termini vanno ricontrollati sul sito dell’INPS o con un patronato prima di presentare la domanda.
Fonti
Foto: LakshanaRamasamy / Wikimedia Commons, CC0




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